La pesca illegale

E’ ormai consolidato il dato che attesta il progressivo svuotamento degli oceani di quelle risorse ittiche considerate da tutti, fino ai recenti disastri ambientali, come inesauribili; le più recenti stime a riguardo confermano che le attuali raccolte di pesce superano, sette volte su dieci, il livello considerato sostenibile, imponendo una più rigorosa attenzione da parte degli operatori internazionali. Uno dei principali ostacoli alla conservazione di dette risorse risiede certamente nel comportamento di quegli Stati o quelle navi da pesca che operano al di fuori o in totale noncuranza delle regole poste a tutela dell’ambiente; una pratica ormai conosciuta come pesca illegale, non denunciata e non regolamentata.

Questa condotta si sostanzia in tutte quelle attività di pesca che possano essere considerate illegittime: la mancanza dei permessi necessari, la caccia di specie protette, la pesca oltre i limiti imposti dagli Stati o dalla normativa internazionale, la pesca effettuata con strumenti dichiarati illegali. Fino al 2008  l’unico documento nel quale veniva offerta una descrizione puntuale e una definizione del fenomeno era l’International Plan of Action – IPOA – emanato dalla FAO in applicazione delle norme del Codice di Condotta. Benché, infatti, si sia sempre evidenziata la necessità di approntare delle rapide soluzioni al problema in esame, la FAO, in collaborazione con i singoli Stati, ha rappresentato fino a tempi recentissimi una delle poche Organizzazioni Internazionali ad aver regolamentato il sistema delle attività finalizzate allo sradicamento della pesca illegale, attraverso documenti che hanno permesso la creazione di una griglia normativa pressoché uniforme tra gli operatori.Leggi tutto.

Il codice di Condotta

Il Codice di Condotta per la pesca responsabile fu adottato dalla FAO nel 1995 e fu pensato come un documento volontario e non vincolante, quindi caratterizzato da regole di condotta, principi politici, criteri economici e tecnici di natura meramente indicativa per i soggetti che ne avessero preso parte. La ragione che sottese ad una scelta di tal genere si può rinvenire nella volontà di creare un documento che contemperasse le esigenze, certamente divergenti, di tutti coloro che avrebbero potuto diventarne destinatari; da una parte gli Stati in via di sviluppo, dall’altra gli Stati industrializzati. Trattandosi peraltro di un documento con prospettive globali, esso non si rivolge esclusivamente agli Stati ma a tutti i soggetti in grado di garantire un’effettiva tutela delle risorse ittiche in pericolo; quindi ad enti ed organizzazioni, governative e non, internazionali, regionali e sub-regionali, ad individui e a gruppi di persone operanti a più livelli nel settore ittico.

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This entry was posted on Saturday, January 30th, 2010 at 8:39 am and is filed under Uncategorized. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.

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